Torino
Rubrica di libri, letterature, scienze e politica
Ho appena terminato di leggere 22/11/63 di Stephen King. Di questo autore in precedenza avevo letto, peraltro non completamente, un solo romanzo anche se è noto come scrittore di best seller. Il romanzo è piuttosto lungo e non riesce a mantenere per tutte le 761 pagine un ritmo narrativo sostenuto, anche se per più di tre quarti la lettura è scorrevole e avvincente. L'idea che sta alla base di questo romanzo è molto semplice: in una cittadina del New England esiste quello che viene definito buco del coniglio, un passaggio temporale che consente di tornare indietro nel tempo. Il ritorno avviene sempre nel 1958 e più precisamente alle ore 11:58 dell 9 Settembre. Non importa quanto tempo si è rimasti nel passato, ripassando dal buco del coniglio si torna sempre due minuti dopo la partenza. Infine ogni volta che si ritorna nel passato si azzerano tutti i cambiamenti che sono avvenuti a causa di quanto si è fatto nel passato la volta precedente. Al Templeton, gestore della tavola calda all'interno della quale si trova il buco del coniglio, ha un'idea pazzesca: vuole modificare il corso degli eventi impedendo l'assassinio di John Kennedy ma, mentre è nel passato si accorge di avere contratto un tumore ai polmoni che gli impedirà di portare a termine l'impresa. Torna così nella nostra epoca e convince Jake Epping ad andare nel passato per portare a termine l'impresa. Il romanzo si svolge quasi tutto tra il Settembre del 1958 e il novembre del 1963 e narra le mirabolanti avventure di George Amberson aliasJjake Epping. L'idea del resettaggio dei cambiamenti quando si ritorna la volta successiva nel passato consente curiosi narrativi come quello di rivivere più di una volta i medesimi avvenimenti e di rimediare agli errori commessi, anche se non a tutti come dimostrerà l'inatteso finale.
Etichette: 1958, America, Kennedy, Stephen King, viaggi nel tempo
Ieri sera ho visto il nuovo film di Louis Nero dedicato allo starek pazzo Rasputin. E' un film senza dubbio innovativo e suggestivo. Innovativo perchè l'inquadratura fissa, senza zoomate o movimenti della telecamera lo rendono più simile ad una piece teatrale che ad un fil tradizionale. Suggestivo perché la scenografia ed il meccanismo narrativo evocano intense suggestioni nello spettatore. Le inquadrature multiple, l'alternanza, anche nella stessa scena dei fatti e della testimonianze dei protagonisti dell'epoca i quali sembrano rivolgersi direttamente al pubblico stimolandone la curiosità ed evocando stati d'animo e suggestioni rendono questo film il capostipite di un nuovo modello narrativo che sembra sfruttare appieno tutte le risorse comunicative moderne. Più che un film è una docufiction molto simile alla navigazione sul web.
I ragazzi soli nella notte manifestavano davanti al Rettorato contro la riforma Gelmini. Nella fretta della sera i passanti lanciavano occhiate. Erano occhiate di indifferenza, di dispetto, di comprensione. Ma i ragazzi erano soli nel loro mondo, solo i suoni di tamburo, i capelli lunghi gli slogan, le voci al megafono noi adulti potevamo avvertire. E' quello un mondo al quale non apparteniamo più, un mondo che è stato il nostro ma ora non è più il nostro, un mondo che tra qualche anno non sarà più nemmeno il loro ma sarà di qualcun'altro più giovane di loro. Qualche anno ancora e sarà dei loro figli, come oggi è quello dei nostri figli. La vita è come un fiume che scorre. Se lo guardi è sempre lo stesso ma se ci entri per fare il bagno non potrai mai farlo due volte nella stessa acqua.
Quando si vuole lodare un'opera di saggistica si dice che è un saggio che si legge come un romanzo, ebbene "Il cimitero di Praga", l'ultimo romanzo di Umberto Eco, è esattamente il contrario: un romanzo che si legge come un saggio. Peccato, gli elementi di una buona storia c'erano tutti: il periodo storico, l'argomento sfizioso, un linguaggio forbito e a tratti divertente però...., però nonostante un buon inizio: la giovinezza a Torino stretta tra un nonno clericale ed un babbo anticlericale fino alla partecipazione sotto mentite spoglie all'impresa dei mille, poi però sembra che Eco non sappia più cosa dire, se non fare sfoggio di cultura, della sua mostruosa cultura. Siamo trascinati in una girandola di nomi, date fatti; facciamo conoscenza di una serie di personaggi che Eco, nella sua postfazione, garantisce essere realmente vissuti ma che appesantiscono inutilmente la lettura frastornando il lettore. Un bel romanzo non è fatto soltanto di informazioni, sia pur documentatissime ma necessita anche di intreccio, colpi di scena, descrizioni che stuzzichino la fantasia del lettore. Infine il caso dei Protocolli dei savi di Sion che aveva eccitato la mia fantasia di amante di cose russe, tutti sanno che questo protocollo è in realtà un falso, fabbricato ad arte dall'Ochrana, la polizia segreta zarista, vine liquidata alla fine del romanzo in un paio di capitoli. Certo che se Simonini, il protagonista, anzichè rimanere a Parigi fosse andato in Russia si sarebbero aperte infiniti scenari narrativi trascurati dall'Autore: nichilisti, terroristi mistici ortodossi, tutti argomenti con forti legami con la letteratura la storia e l'arte. Per finire la trita e ritrita idea del doppio, Simonini/Dalla Piccola appare poco originale e di facile soluzione sin dall'inizio proprio a causa dell'incontro del protagonista con il Dotto Freud.

La gatta di Varsavia di Slavenca Drakulic è un interessante libro che narra il comunismo visto dagli animali. Si tratta di sette racconti nei quali viene raccontata l'Europa dell'est prima della caduta del comunismo. Il topolino praghese che ha eletto quale suo domicilio il Museo del Comunismo di Praga ci spiega la differenza tra povertà e penuria, la povertà consiste nell'avere i negozi pieni ma nessun quattrino da spendere mentre la penuria è l'esatto contrario: si hanno i soldi in tasca ma i negozi sono sprovvisti di quanto vorremmo e potremmo comperare. In pratica capitalismo e comunismo in una visione antitetica ma comunque negativa per entrambi. Più in là una dotta talpa berlinese tiene una esilarante conferenza sulla funzione del muro di Berlino distinguendo l'ovest bananifero dall'est non bananifero, ritorna la differenza tra penuria e povertà. Questi sono i due racconti più divertenti, gli altri lasciano invece un po' a desiderare o, forse, il pappagallo yugoslavo, la gatta di Varsavia e il corvo albanese richiedono una conoscenza dei fatti troppo approfondita per il lettore occidentale. Infine una grave nota di demerito: non si capisce perché l'editore abbia utilizzato la traduzione inglese al posto dell'originale croato. C'è forse penuria di traduttori dal croato all'italiano oppure l'editore, caduto in povertà non può permetterselo.